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Finanza2026-04-286 min

94 trilioni: Record storico per il debito pubblico globale

QUANTO COSTA UN’ECONOMIA CHE NON CRESCE?

94 trilioni: Record storico per il debito pubblico globale

Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato poche settimane fa il suo Fiscal Monitor.  Il debito pubblico lordo globale ha raggiunto quasi il 94% del PIL mondiale nel 2025. Secondo le proiezioni attuali, arriverà al 100% entro il 2029. Un livello toccato in precedenza solo nell’immediato dopoguerra.

In termini assoluti, il debito pubblico globale ha superato i 110 trilioni di dollari. Stati Uniti e Cina rappresentano più della metà del totale: rispettivamente 38,3 e 18,7 trilioni. La cifra riportata dal FM si riferisce al rapporto con il PIL, e non al suo valore nominale.

Tale distinzione è importante perché ci ricorda che il debito in sé non è un problema, lo diventa quando cresce più velocemente dell’economia che dovrebbe sostenerlo.

Perché il debito pubblico esplode?

Le ragioni per cui il debito esplode sono strutturali. Dopo il 2020, i governi di tutto il mondo hanno speso in modo straordinario per reggere l’urto della pandemia. Dopodiché sono arrivate le guerre, i piani di riarmo, la transizione energetica, l’invecchiamento demografico.

Tutte spese reali e, alcune, necessarie, che però si finanziano con debito quando le entrate fiscali non bastano.

A questo si aggiunge un meccanismo tecnico che si chiama “effetto snowball”. Quando i tassi di interesse sul debito sono più alti del tasso di crescita dell’economia, il debito si autoalimenta anche senza nuovi deficit. Dall’inizio del 2025 a settembre, il debito globale è cresciuto di 26,4 trilioni di dollari. In media 675 miliardi a settimana. E qui le scelte politiche c’entrano poco, perché rileva soltanto l’effetto del rifinanziamento a tassi più alti di quelli passati.

E l’Italia?

L’Italia è dentro questa storia in modo particolare. Il debito pubblico italiano si colloca intorno al 137-138% del PIL nel 2025. Nettamente sopra la media dell’Eurozona. Risultato di decenni di bassa crescita, spesa per interessi elevata e difficoltà strutturali ad aumentare il potenziale produttivo del paese.

Il governo Meloni ha lavorato sulla credibilità dei mercati, con risultati misurabili. Lo spread BTP-Bund è passato da 245 punti base nell’ottobre 2022 a circa 70 punti base a fine 2025. Su minimi che non si vedevano da oltre quindici anni. Le agenzie di rating come Fitch e S&P hanno alzato il rating dell’Italia da BBB a BBB+ nel 2025, segnale che i mercati riconoscono una gestione prudente dei conti.

Fin qui, la narrativa risulta favorevole al governo, ma c’è una complicazione che vale la pena capire. Secondo Goldman Sachs, il costo medio del debito pubblico italiano era del 2,9% nel 2024. È salito al 3% nel 2025 e salirà ancora al 3,1% nel 2026. Lo spread si è ridotto, ma il costo effettivo del debito continua ad aumentare, questo dipende principalmente dal fatto che i titoli emessi anni fa a tassi vicini allo zero vengono sostituiti da nuovi titoli a tassi molto più alti. Da un lato abbiamo dunque un miglioramento dello spread, che dall’altro viene annullato dall’effetto del rifinanziamento.

Solo nel 2026, il Tesoro italiano deve rifinanziare 384 miliardi di euro di titoli in scadenza: 132 miliardi di BOT, 239 di BTP e circa 13 di CCT, il che dimostra concretamente che il debito non è solo una statistica, ma la somma degli ingranaggi della gestione quotidiana che richiede mercati disponibili, tassi sostenibili e credibilità costante.